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Il duro lavoro del creativo.

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Settembre è sempre stato un mese particolare per me. Un mese di bilanci. Breve pausa estiva per tornare a fare ciò che si stava facendo. Ma cosa si stava facendo? Bella domanda.
Prima, ovvero l’anno scorso ho svolto due tirocini presso due aziende. In una ho curato la pubblicità on line, dove principalmente mi occupavo di sito internet, e-commerce, blog aziendale e social. Curavo i contenuti, si può dire era un lavoro di editing on line. Mi piaceva perchè è un’azienda ‘spigliata’. Si occupa di fornire una vasta gamma di gadgets per tutte le esigenze, quindi cambiava il target. Mi divertivo, era stimolante.
La seconda si occupava di climatizzatori. Ho dato una ‘rinfrescata’ all’immagine dell’azienda. Biglietto da visita, carta intestata, gli ho ‘riacceso’ pagina facebook e lanciato ‘newsletter’ di circa 1000 contatti (i quali con molta cura e pazienza sono riuscita a estrapolare dall’archivi cartacei). Per un paio di mesi mi sono sentita entusiasta, ma finito il periodo iniziale il lavoro cominciò a sembrarmi ripetitivo così come spesso accade ho percepito una sorta di irrequietezza. Della serie: tutto qui? dov’è la novità? dov’è un qualcosa che permette di mettermi in gioco?
Così ho terminato in anticipo.
Nel mentre, sono andata avanti dando diversi esami, studiando materie interessanti e non. Così la cara sociologia è diventata compagna di sbronze in compagnia di amici di sempre al bar Maurizio. C’è stato il laboratorio sulla comunicazione del rischio. Erano due giorni a settimana di 4 ore ciascuno in cui ci veniva spiegato come avviene la comunicazione in caso di terremoto o come si imposta la campagna di sensibilizzazione per spiegare a un bambino l’utilità del numero del pronto soccorso. Ci guardavamo perplessi bevendo litri di caffè alle 9 del mattino. E poco importava se ti fossi svegliato alle 8.45 ed eri scivolato giù dal letto dopo solo qualche ora di sonno. Eravamo, siamo, sono tutt’ora motivata. E la motivazione ti guida in alto. Così dicono.
E allora, facendo il punto sono a un esame dalla magistrale. Ho la tesi più o meno impostata col professore di marketing, il quale ringrazio di avermi fatto capire che questa strana cosa non ha a che fare solo con numeri e bilanci economici, ma può e deve far rima con creatività.
E allora, eccomi qua a 30 anni suonati a chiedermi cosa ne sarà di me dopo. Alla tanta voglia di arrivare in fondo si contrappone l’inesauribile ansia che mi sta montando. Il mio dopo.
Di certo c’è che il campo della comunicazione e pubblicità resta quello in cui vorrei continuare a navigare. Ma c’è una qualche possibilità di farlo senza sentirsi uno sfigato in un mare di seo specialist, social media specialist, copywriter e art director? Questo per ora non è dato saperlo.
Dopo vari corsi di photoshop dove mi con entusiasmo mi insegnavano la barra degli strumenti, infinite ore di tutorial su Youtube (con bestemmie annesse), dopo testarde lezioni di WordPress, dopo infinite serate a suon di birre con amici ‘addetti ai lavori’ a cercare di strappare qualche preziosa informazione arriva anche qualche chiamata da chi di comunicazione e advertising sicuramente se ne intende. E con essa arrivano specifiche richieste: portfolio. In uno stato di eccitazione disumana, mentre mi vedo già un’affermata art lo preparo infilandoci dentro qualche logo, adesivo, biglietto da visita, un depliant e qualcosa che ‘parli’ anche di me.
Mi metto jeans, dr martens, e una giacca minimal (tenuta da pubblicitari per intenderci). Ad accogliermi è un art director con qualche anno in più. Cercano un copy junior. Mi chiede l’età, imbarazzo. Procede chiedendomi di parlare di me, mi chiede perchè continuo a raccontargli del web marketing. Sarò in grado di fare la copy? (per me era scontato, vabè) Arriva finalmente la richiesta del portfolio. Mi alzo per prendere il mac, mi ferma dicendo che vuole quello da copy. Lascio perdere, accenno un sorriso. Mi da degli esercizi, una simulazione di quelle che potrebbero essere campagne lancio per valutare il flusso di idee.
Esco che sono del tutto demotivata, confusa e con mille dubbi. Ci hanno insegnano che dobbiamo essere a 360′, che dobbiamo saper far tutto, che nessuno ha più soldi da dare al copy, all’art e a ‘quello che segue facebook’. Alla frustrazione si mescola il brivido del nuovo. Appena fuori, con una birra in mano, da brava pubblicitaria cerco di tirarmi su con un: ‘è una selezione naturale, tutti una volta usciti da qui penseranno che è solo uno spreco di tempo ed energie, difficilmente tutti faranno l’esercizio’. Seguono giorni di fantasioso lavoro, dove finalmente assaporo la libertà mista alle catene dell’essere una fra i tanti.
Come finisce questa storia? Ho terminato dopo tre giorni, non c’erano scadenze nè impostazioni. Per fortuna. Li ringrazio per questo.Ho inviato il tutto.
Non ho ancora avuto risposta.
Noi rispondiamo a tutti, mi hanno detto. Mi fido. Sarebbero i primi a rimetterci in fatto di credibilità. La reputazione è tutto, ci insegnano.
Nel tirare le righe la vedo grigia. La vedo dura. E’ come un’altalena che ti fa salire e scendere in un’interminabile vortice. Nel salire si prova adrenalina, nello scendere ci si sente smarriti, incompresi, frustrati e a volte stanchi.
Ma nel salire c’è un’interminabile determinazione, che cresce nonostante gli ostacoli che incontri. Spesso mi chiedono cosa significhi davvero essere creativi, considerando che al giorno d’oggi è pieno di venditori di ‘fumo’.
Rispondo che i veri creativi sono coloro che ‘sentono’, vivono e hanno a che fare continuamente con dinamiche descritte sopra. Sanno conviverci, esternarle e farne qualcosa di belo E nonostante tutto si ostinano nel continuare.