Archivio mensile:febbraio 2014

The Artist is Present

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“Lo sai qual’è il bello? Dopo quarant’anni che tutti ti prendono per pazza e dicono che dovrebbero ricoverarti alla fine ottieni tutti questi riconoscimenti. Ci vuole molto tempo per farsi prendere sul serio.”
Inizia così il documentario forse dell’artista più controversa della scena artistica contemporanea, un icona della performance art. Seducente, ironica e carismatica è una donna che non ha paura e sviscera infinite sfaccettature dell’ animo umano, i limiti che noi stessi spesso ci imponiamo. Ma cos’è il limite se non la paura stessa?
La performance art si basa sulla presenza. E’ tutta una questione di energia, che in un certo senso è invisibile. Tu affronti la purificazione, elevi la tua coscienza e questo si ripercuote davvero sul pubblico. Quindi quel preciso momento di pericolo è ciò che trasporta la mia mente e il corpo nel qui e ora. Il pubblico lo sa ed è li con lei. Nella tecnica di danza sufi c’è un esercizio in cui si ruota vorticosamente in cerchio. In tutto questo ruotare c’è, in effetti, la possibilità di perdere conoscenza. Ma fuori ci sono quelli che roteano le loro spade in aria. Se perdi l’equilibrio, finirai per cadere fuori dal cerchio e sarai fatto a pezzi. Tu devi fare la danza roteante e hai la possibilità di perdere il controllo. Ma allo stesso tempo devi avere un enorme controllo mentale per non perderlo, altrimenti morirai. Marina Abramovic mette in scena nella performance questo tipo di situazione limite, per raggiungere l’obiettivo di elevare la mente. Ma quando elevi la tua mente, questo si trasmette automaticamente al pubblico. Ecco perchè l’atmosfera si riempie di tensione emotiva. Ecco perchè spesso succede che le persone scoppiano a piangere. Quindi, che cos’è una buona opera d’arte? è qualcosa che possiede quell’energia che ti mette in sintonia con quanto sta accadendo alle tue spalle. Bruce Nauman ama sempre dire: “L’arte è una questione di vita o di morte”. Suona melodrammatico, ma è proprio vero. Se prendi tutto quello che fai come una questione di vita o di morte, se sei presente al cento per cento, allora le cose accadono davvero. Meno del cento per cento non è arte degna di questo nome.

Ma cosa spinge un individuo a questo tipo di performance? Il fatto è che il corpo diventa il mezzo con cui l’artista si esprime, ma ha bisogno dello spettatore altrimenti non è performance. Quello che si crea in quell’istante è quello che conta e non si ha mai nessuna certezza. La performance può fallire per molti fattori, il pubblico può diventare incontrollabile e anche pericoloso, si corrono dei rischi e l’artista potrebbe sentirsi male. è l’ignoto e l’ignoto fa paura. Marina descrive un episodio che ebbe luogo quando aveva quattordici anni e riguardava la roulette russa, che poi avrebbe avuto ruolo in diverse sue esibizioni. In quell’occasione, lei portò una pistola e una cartuccia in una stanza, inserì la cartuccia nel tamburo, lo fece ruotare, si puntò la pistola alla testa e tirò il grilletto. Non accadde nulla. Lei passò la pistola al suo compagno di gioco, e di nuovo non accadde nulla. Lei allora puntò la pistola verso una libreria, e la pallottola penetrò nel dorso dell’ Idiota di Dostoevskij. “Pochi minuti dopo”, racconta,”mi venne un attacco di sudore freddo e tremavo in tutto il corpo. Sentivo una paura inesprimibile”. La mia personale opinione è che questa “paura inesprimibile” possa essere come una droga. E’ il gusto aspro della morte che si sente in certe situazioni estreme.
Corpo e paura quindi come limiti, che esplorati possono portare a esperienze decisamente significative. La sua performance al Museum of Modern Art di New York del 2010 prevedeva che restasse ferma seduta davanti a chiunque volesse sedersi di fronte a lei per tutta la durata della mostra, ciò significa per 8 ore al giorno, ogni giorno, per tre mesi. In tutto si sono presentate circa 800.000 persone.
Quando ho visto il documentario mi sono soffermata sulla relazione tra lei e lo spettatore.Ho visto una donna libera, era li ferma e vulnerabile e si donava completamente all’altro senza limiti, in uno stato di nulla, di libertà e altrove. In realtà si tratta di creare le circostanze spaziali adatte perchè le persone possano effettivamente dimenticare il tempo quando entrano in quella zona. E questo nella performance di Marina accadeva davvero: le persone arrivavano e restavano sedute insieme a lei per quaranta minuti e pensavano che fossero solo dieci minuti, quindi perdevano effettivamente la cognizione del tempo. Per Marina la grande novità di questo tipo di performance è che percepiamo sempre un pubblico come un gruppo, ma un gruppo è composto di tanti individui. In questa performance lei si confronta con gli individui di questo gruppo,ed è una relazione individuale. Perciò quando si entra nel quadrato di luce ci si siede su quella sedia, sei un individuo e come tale sei in qualche modo isolato. Accade che ti trovi in una situazione molto interessante perchè sei osservato dal gruppo (le persone che aspettano di sedersi) sei osservato da lei e la osservi, per cui è come una triplice osservazione. Ma poi, mentre hai lo sguardo fisso su di lei, repentinamente la situazione si capovolge e cominci a guardare se stesso. Lei quindi è solo una scintilla, uno specchio: le persone in realtà prendono coscienza della loro vita, della loro vulnerabilità, del loro dolore, di tutto ed è questo che suscita il pianto. Piangono per se stesse, ed è un momento estremamente emozionante.